Prevenzione Terziaria

Target e obiettivo

Si rivolge a un soggetto ormai più che sintomatico, in un quadro già patologico, nel quale è ancora possibile intervenire con misure di prevenzione per evitare complicanze, cioè per non sommare altri rischi e danni a quelli già presenti.

  • Non serve a diminuire la mortalità, ma ad aumentare la sopravvivenza.
  • Mira a migliorare la qualità della vita fino a impedire l’invalidità.
  • Riguarda ancora una volta il modello della patologia cronica.

Riabilitazione

Un sinonimo di prevenzione terziaria è “riabilitazione”, ma non solo fisica (fisioterapista, fisiatra, osteopata): deve essere anche sociale e psicologica, comprendendo ad esempio la sfera familiare e il reinserimento nel mondo del lavoro.


(Integrazione da: sbobina 03) Tra il soggetto della prevenzione secondaria e quello della terziaria “sta tutta la malattia”: il malato è gestito dalla medicina clinica, mentre la prevenzione terziaria raccoglie i “cocci” dell’ex malato. L’ex malato può restare fragile e suscettibile ad altri problemi di salute, o portare ancora i segni lasciati dalla malattia. Il fine è mantenerlo in vita con una buona qualità della vita, evitando che le complicanze si aggravino ulteriormente. La riabilitazione riguarda la salute nel suo complesso: sociale, psicologica e lavorativa.

Prevenzione terziaria e interventi educativi


(Integrazione da: sbobina 08) La prevenzione terziaria ha moltissime definizioni. Nell’ambito degli interventi educativi è ciò che si integra al protocollo di cura e che ha un impatto importante sulla qualità della vita delle persone.

Discrepanza tra lezioni

Nella sbob. 08 il docente afferma che la prevenzione terziaria non ha niente a che fare con il protocollo terapeutico e riabilitativo: la riabilitazione non è prevenzione terziaria, perché fa parte del protocollo terapeutico (il cardiochirurgo non può non far fare la riabilitazione dopo un triplo bypass). Nelle sbob. 01 e 03 (sezione Riabilitazione sopra) la riabilitazione è invece presentata come sinonimo di prevenzione terziaria.

Esempio: due breast unit. Due donne di 40 anni con diagnosi e stadiazione identiche di carcinoma della mammella, prese in carico nella breast unit A e nella breast unit B, avranno lo stesso protocollo terapeutico e molta probabilità di essere sane a 5 anni. Entrambe hanno un figlio di 6 anni. Con bambini sotto i 7–8 anni le famiglie tendono a proteggerli non dicendo nulla e nascondendo la malattia (i bambini vedono la madre andare in ospedale, fare le terapie, perdere i capelli, parlare di nascosto al telefono); c’è una buona probabilità che entro 6 mesi sviluppino disturbi emotivi evidenti, unico modo per esprimere un disagio profondo che nessuno ha spiegato loro, senza la possibilità di essere tristi o arrabbiati per qualcosa (le emozioni restano intrappolate). Se la breast unit A propone gruppi di autoaiuto sulla comunicazione della malattia in famiglia e la B no, a 5 anni le due donne saranno identiche per esito di cura, ma la donna dell’ospedale A riferirà un grande vantaggio per la qualità della vita propria e del nucleo familiare.

Esempio: reumatologia. In molte donne l’artrite reumatoide si correla a cambiamenti nei progetti di vita, nell’affettività e nella maternità, ed è spesso in comorbidità con la depressione per il dolore cronico. In reumatologia si sono sviluppati molti gruppi di autoaiuto finalizzati non tanto alla gestione della malattia quanto alla gestione della qualità della vita dopo la diagnosi.

Oggi nella prevenzione terziaria si integrano ai protocolli di cura moltissime attività educative che migliorano la qualità della vita del paziente (Interventi Educativi in Sanità Pubblica).

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