Teoria dell’Immunosorveglianza

Postulata negli anni ‘50 da Burnet e Medawar a Sydney (Nobel nel 1960) per spiegare perché l’uomo abbia sviluppato un sistema immune così complesso e continuamente attivo. Secondo la teoria, ogni giorno si verifica la trasformazione potenzialmente maligna di migliaia di cellule, e il sistema immune si sarebbe evoluto proprio per sorvegliare l’organismo prevenendo l’emergenza di cellule tumorali.

La teoria, pur avendo fruttato un Nobel, non è corretta: non è vero che il sistema immune si sia sviluppato per esercitare una sorveglianza continua contro la degenerazione neoplastica.

Prove a favore

  • I tumori con infiltrato immune di linfociti hanno prognosi migliore. Nel tumore ovarico, a 60 mesi la sopravvivenza è praticamente nulla in assenza di infiltrato, mentre raggiunge circa il 25% in presenza di un infiltrato di cellule T.
  • Casi di regressione spontanea del tumore, attribuibili a un intervento del sistema immune.
  • Maggiore incidenza di tumori dove esiste immunosoppressione: bambini (sistema immune non ancora maturo), anziani (perdita di efficacia, vedi Immunosenescenza), pazienti con HIV e trapiantati (immunosoppressione iatrogena per prevenire il rigetto).

Confutazione

Moltissimi studi non mostrano un risultato netto a favore dell’intervento immune. L’immunosorveglianza funziona essenzialmente solo nei tumori provocati da virus: la cellula tumorale presenta antigeni virali, diversi dal self, e suscita una risposta immune. La prova principe contro la teoria è che i tumori colpiscono circa il 50% delle persone nel corso della vita: nel lungo termine l’immunosorveglianza non funziona.

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