Immunoterapia nell’Alzheimer (Anticorpi anti-amiloide)

A differenza dei farmaci sintomatici (che aumentano l’acetilcolina), le terapie in sviluppo mirano a cambiare il decorso della malattia agendo sulla β-amiloide e sulla proteina TAU. Le due grandi categorie sono le small molecules (es. BACE-inibitori) e l’immunoterapia, oggi la strategia più gettonata.

Origine

Nasce da uno studio di ~25 anni fa sulla possibilità di un vaccino per la β-amiloide: inoculato in topi modello di Alzheimer, azzerava la deposizione di β-amiloide, anche in animali transgenici che la avevano già depositata. Dimostrato nel 1999, pubblicato nel 2000.

Le tre strategie immunoterapiche

  1. Anticorpi anti-β-amiloide: legandosi alla β-amiloide ne evitano l’aggregazione (risoluzione diretta).
  2. Anticorpi diretti verso la microglia: la attivano spingendola al suo lavoro immunitario (es. fagocitosi) per eliminare gli aggregati.
  3. Sink hypothesis (“del lavandino”): anticorpi che sequestrano la β-amiloide portandola nel circolo sanguigno e mantenendola in forma di monomeri, favorendone l’eliminazione ed evitandone l’aggregazione.

Anticorpi monoclonali (riconoscibili dal suffisso -mab)

  • Solanezumab: arrivato in fase 3, ma l’end-point primario (miglioramento della funzione cognitiva) non è stato raggiunto (effetto solo nelle forme mild) → abbandonato.
  • Aducanumab e BAN2401 (lecanemab): maggiore successo. Lo studio su Nature su aducanumab ha mostrato, rispetto al placebo, una riduzione della β-amiloide, ma senza il miglioramento atteso della funzione cognitiva.

Perché uno funziona e l’altro no: è questione di conformazione

I tre anticorpi non differiscono per potenza ma per quale forma di β-amiloide riconoscono, e questo spiega da solo l’esito di ciascuno:

AnticorpoBersaglioEsito
Solanezumabmonomero solubile (epitopo centrale 16-26)nessuna riduzione dell’amiloide alla PET, nessun beneficio clinico in tre trial (EXPEDITION 1/2/3, A4) → sviluppo interrotto nel 2023
Aducanumabfibrille e placche depositateamiloide ridotta in modo netto, ma beneficio cognitivo non dimostrato → approvato FDA 2021 su endpoint surrogato, rifiutato da EMA, ritirato nel 2024
Lecanemabprotofibrille solubili (la specie più neurotossica)declino rallentato del 27% a 18 mesi (CLARITY-AD) → approvato FDA 2023 ed EMA 2025

La lezione è che il monomero non è la specie tossica: le forme intermedie — oligomeri e protofibrille — lo sono. Il solanezumab colpiva la molecola sbagliata, e lo si è capito solo dopo aver spostato per tre volte lo stadio di malattia invece del bersaglio.

⚠️ E c’è un corollario spiacevole: il solanezumab, che non rimuoveva le placche, non causava ARIA. Aducanumab e lecanemab, che le rimuovono, sì. Il rischio non è separabile dal meccanismo che produce il beneficio.

Approvazioni ed effetti collaterali

A causa della scarsa efficacia cognitiva e di effetti collaterali importanti, molti paesi (Europa e Italia compresi) hanno interrotto questi studi. Gli USA li hanno invece portati avanti e approvati: aducanumab (2021) e lecanemab (2023). L’FDA ha ricevuto richiami dal Congresso per un’approvazione ritenuta troppo rapida vista la gravità degli effetti collaterali.

Le ARIA — l’effetto collaterale che definisce la classe

Gli “effetti collaterali importanti” hanno un nome: ARIA, Amyloid-Related Imaging Abnormalities. Rimuovendo l’amiloide anche dalla parete dei vasi cerebrali, la microglia attivata destabilizza la barriera:

  • ARIA-E — edema vasogenico: 35% con aducanumab, 12,6% con lecanemab (fino al 32,6% negli omozigoti ApoE ε4/ε4);
  • ARIA-H — microemorragie e siderosi superficiale: ~17-20%.

Per lo più asintomatiche, ma sono stati riportati decessi per emorragia cerebrale. Da qui i tre obblighi che accompagnano questi farmaci: RM seriate a calendario fisso, genotipizzazione ApoE prima di iniziare, e ⚠️ cautela estrema con anticoagulanti, antiaggreganti e trombolisi. L’EMA ha autorizzato il lecanemab escludendo gli omozigoti ε4/ε4.

⚠️ E c’è un vincolo diagnostico nuovo: questi farmaci si prescrivono solo con amiloide documentata (PET amiloide o biomarcatori liquorali) e solo in fase precoce — MCI dovuto ad Alzheimer o demenza lieve. È la prima volta che nella terapia dell’Alzheimer serve un biomarcatore per prescrivere, il che rende ancora più stringente il problema della diagnosi precoce discusso in Malattia di Alzheimer (Caratteristiche Generali).

“2022 Alzheimer’s Drug Development Pipeline”: i composti in sviluppo disposti per fase (1, 2, 3) e per meccanismo d’azione secondo la classificazione CADRO — amiloide, tau, infiammazione/immunità, metabolismo, neurogenesi, recettori dei neurotrasmettitori, stress ossidativo, proteostasi, plasticità sinaptica, vascolatura. I settori “Disease-Modifying Biologic” e “Disease-Modifying Small Molecule” sono quelli che cambierebbero il decorso; “Cognitive Enhancer” e “Neuropsychiatric Symptom Tx” restano sintomatici.

⚠️ Indicazioni del docente

Approccio CADRO (Common Alzheimer’s Disease Research Ontology): metodo per ricercare i bersagli terapeutici dell’Alzheimer mappando alterazioni, farmaci e potenziali target.

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