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Definizione

Obesità e sovrappeso in età evolutiva. Non è una malattia, ma un complesso di variabili nella vita di un minore che genera una predisposizione a un aumento di incidenza e prevalenza di moltissime patologie in età adulta. Riguarda la popolazione in età evolutiva di tutti e cinque i continenti.

Razionale epidemiologico

Ogni intervento preventivo parte da un razionale epidemiologico:

  • l’obesità infantile è un fattore di rischio indipendente per l’obesità adulta: i bambini obesi hanno più probabilità di diventare adulti obesi con sindrome metabolica;
  • questo comporta un aumento di prevalenza di patologie cardiovascolari, tumorali, ecc.

Quindi l’obesità pediatrica diventa target del modello di prevenzione della micropolitossicità: il bambino obeso non è un bambino da tenere a casa da scuola o da escludere dalle attività, ma un bambino con una condizione di rischio significativo.

Il vecchio approccio monofattoriale

Negli anni ‘60–‘70 l’approccio clinico considerava sovrappeso e obesità infantile fenomeni monofattoriali (modello macromonotossico): l’intervento era ridurre l’apporto calorico modificando il regime nutrizionale. Il bambino era visto come un elaboratore metabolico con energia in ingresso e in uscita, di cui ridurre l’ingresso senza curarsi dell’uscita.

Oggi si sa che una dieta rigorosa in un bambino obeso aumenta il rischio di disturbi del comportamento alimentare in età preadolescenziale e adolescenziale: l’intervento era paradossalmente patogeno.

L’approccio micropolitossico

La micropolitossicità invita ad ampliare la prospettiva: esistono molteplici porte d’accesso al problema — nutrizionale, educativa, genetica, psicosociale, attività fisica e sedentarietà. La scelta si basa sull’Epidemiologia Comportamentale.

Tra i comportamenti a rischio: bevande gassate, visione della TV, sedentarietà, multi-snacking. Bisogna decidere la porta d’ingresso, cioè quale fattore considerare. Linee di intervento:

Partecipazione sportiva in età evolutiva

(non trattato nell’a.a. corrente)

  • La partecipazione agli sport in età evolutiva predice in modo consistente la futura attività fisica e il peso corporeo fino a 21 anni dopo (quando il ragazzo smette di fare attività fisica).
  • La prevalenza di sovrappeso e obesità diminuisce dell’11% e del 26% se l’adolescente pratica rispettivamente 1 o 2 sport di squadra all’anno: lo sport di squadra è molto protettivo in adolescenza.
  • I tre sport più praticati dalle bambine sono danza, pallavolo e ginnastica artistica: solo uno è di squadra. A 14 anni il tasso di abbandono sportivo delle ragazze è doppio rispetto ai ragazzi, e abbandonare lo sport a 14 anni rende molto più probabile uno stile di vita sedentario.

Intervento educativo: invitare i genitori, nel passaggio dalla seconda infanzia alla preadolescenza, a far iniziare ai figli uno sport di squadra (anche mantenendo quello individuale), perché protegge di più la continuità dell’abitudine sportiva.

Attività motoria a scuola

(non trattato nell’a.a. corrente)

  • Intervallo: molti studi sull’incidentalità scolastica indicano l’intervallo come il momento con più incidenti che richiedono il pronto soccorso. Negli anni ‘70–‘80 negli Stati Uniti molti insegnanti hanno quindi promosso l’intervallo sedentario (giochi che tenevano fermi i bambini, es. Nintendo), con impatto negativo anche sull’apprendimento. Durante l’intervallo il bambino ha invece bisogno di più movimento: negli anni ‘80 sanità pubblica e associazioni di insegnanti statunitensi hanno riorganizzato l’intervallo promuovendo l’attività fisica.
  • Educazione fisica: prima degli anni ‘90 l’enfasi era sul gesto atletico perfetto (es. uno studente salta in alto, gli altri 25 guardano), e il tempo effettivo di attività raramente superava il 30% dell’ora. Le “Nuove linee guida e standard delle ore di educazione motoria nelle scuole statunitensi” degli anni ‘90 lo hanno portato in media oltre il 70% (studi con videoregistrazioni).

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