Obiettivi dell’Intervento Educativo
Gli stadi del cambiamento del comportamento secondo il modello transteorico (Prochaska e DiClemente), in terminologia originale e semplificata. Fonte: Wikimedia Commons, «Transtheoretical Model - Stages of change.jpg» (A8younan; CC BY-SA 3.0).
Per arrivare agli obiettivi comportamentali bisogna curare bene ciò che invita ai buoni comportamenti. Le aree in cui la sanità pubblica lavora per incidere sui comportamenti della comunità sono cinque.
1. Incrementare la conoscenza di un problema di salute
Spesso è il 100% del lavoro di educazione sanitaria e alla salute fatto dai medici: interventi che migliorano ciò che le persone sanno sulla salute. Producono informazione sanitaria, che va sempre fornita in modo corretto e adeguato ai bisogni informativi della popolazione, ma non basta a produrre il comportamento: la gente non fa quello che sa (altrimenti i medici non fumerebbero). È solo un piccolo tassello.
2. Rendere i soggetti consapevoli del problema o delle sue soluzioni
Cambia una parola: non più conoscenza (informazione) ma consapevolezza, cioè usare attivamente le informazioni possedute per dirigere il proprio comportamento verso un obiettivo di salute, alleandosi con lo specialista di sanità pubblica.
Esempio: il genitore che allatta guardando il telefono non è consapevole di ciò che accade nella mente del bambino; Custodi Digitali è un progetto che promuove la consapevolezza, non l’informazione digitale (Sedentarietà da Schermi ed Educazione Digitale).
Il modello degli stadi di cambiamento del comportamento di Prochaska e DiClemente è uno dei più utili per capire come le persone arrivano ad assumere comportamenti protettivi.
Paziente informato vs consapevole
Un intervento educativo è efficace solo quando il paziente diventa consapevole, non semplicemente informato.
- Informato: resta nello stadio di pre-contemplazione. Dice «Sì, dottore, so che fumare fa male», ma non progetta alcun cambiamento; se il giorno dopo lo vediamo fumare, può nascondere la sigaretta per compiacerci.
- Consapevole: percepisce il rischio, riconosce il danno e lo ammette: «So che fumare mi fa male, vorrei smettere, ma non ci riesco». Sta contemplando il problema e il cambiamento, e questo offre un’opportunità di intervento. La dipendenza è il punto su cui il paziente non ce la fa da solo: lì lo si può aiutare, chiedendogli anche quali strategie ha già provato.
Il soggetto consapevole vuole perseguire attivamente l’obiettivo di salute proposto, ma ha bisogno di una strategia a cui finora non è arrivato. Rendere consapevoli significa:
- usare tutti gli strumenti per far percepire il rischio oggettivo: la persona deve sentirsi vulnerabile per la propria salute;
- verificare quanto è consapevole del proprio desiderio di cambiare comportamento.
3. Rinforzare conoscenze e comportamenti protettivi
I comportamenti protettivi vanno individuati, mostrati, dimostrati e illustrati nelle modalità e nelle competenze. È la parte più comportamentale: far riconoscere e poi modellare i comportamenti protettivi, nella relazione con il paziente e nella comunità.
Esempi:
- Adolescenti obesi: al supermercato si danno loro 20 euro per comprare il cibo adeguato per i due giorni successivi. Primo esercizio: nessuna istruzione, si osserva il carrello. Secondo esercizio: correzione del carrello.
- Prevenzione del tabagismo a 12–13 anni: quando in un contesto sociale viene offerta una sigaretta, la competenza per dire no è resistere alla pressione dei pari (peer pressure, pressione sociale). Si usano attività di role play con situazioni concrete in cui il ragazzo può essere spinto verso il comportamento a rischio, e in un setting di prevenzione si illustrano e si fanno mettere in pratica le competenze protettive.
- Smartphone a 12 anni: il figlio dice «se non mi dai uno smartphone morirò di tristezza e sarò escluso»; quasi tutti i genitori cedono. Entro 6 mesi, togliendo il telefono, il ragazzo ha reazioni spropositate che non sa gestire (distruggere le ante dell’armadio: rabbia da deprivazione; prendere a calci la madre: rabbia da astinenza, molto più difficile da gestire). Esistono comunità in cui i genitori di bambini di 0–10 anni si alleano per posticipare lo smartphone fino alla fine della terza media.
(non trattato nell’a.a. corrente)
- Dimissione del paziente: intervistando i pazienti dimessi dal Policlinico su cosa devono fare a casa («Sa cosa c’è scritto nella sua cartella di dimissioni?») si scoprirebbe che competenza e consapevolezza sull’autogestione non superano il 20–30%. Lo si vede anche in farmacia, dove i pazienti chiedono «Cosa c’è scritto?», «Che cos’è?». Il medico dovrebbe dare indicazioni importanti sulla gestione a casa e verificare che il paziente abbia capito chiedendogli di ripetere: si chiama raccogliere un feedback efficace. Chiedere solo «ha capito?» non serve: il paziente non risponde o risponde sì senza aver compreso.
- Rooming-in: fino a circa vent’anni fa il neonato stava nella nursery e veniva portato alla madre solo per l’allattamento. Il rooming-in nasce dalla consapevolezza che la degenza in ostetricia è il momento in cui la madre può apprendere competenze fondamentali (bagnetto, cordone ombelicale, allattamento); tornare a casa senza averle può generare grande ansia, uno dei maggiori inibitori dell’allattamento. Con la semplice strategia dell’infermiera pediatrica che esegue le cure del neonato nella stanza della madre si sviluppa nella madre un senso di autoefficacia.
- Life skills: con i ragazzi, “mostrare, dimostrare, illustrare modalità e competenze” corrisponde a ciò che l’OMS chiama Life Skills (competenze per la vita). Molti comportamenti a rischio vengono adottati perché mancano competenze come resistere alla pressione sociale e dei pari («avrei voluto dire di no, ma mi sentivo uno sfigato»): a 13–14 anni il rischio è spesso percepito come tale, ma perseguito comunque. Esempio del docente: una ragazza che sente il pericolo sale comunque in auto con due ragazzi decisi a guidare in modo spericolato, per smentire chi la considera “sfigata”, e resta paraplegica dopo un incidente. Raggiungerla prima con competenze socio-relazionali (sentirsi adeguata in un gruppo facendo le cose giuste) avrebbe potuto evitare le conseguenze.
4. Modificare gli atteggiamenti di supporto all’azione individuale o collettiva
Non riguarda il singolo soggetto, ma l’intervento sul sistema, sull’ambiente in cui si vuole promuovere il cambiamento. Il modello ecologico di Bronfenbrenner dà le indicazioni per muoversi in questa direzione.
Esempi:
- Ludopatia: regolamentazioni ambientali che vietano luoghi di gioco d’azzardo entro 1 km da luoghi educativi per l’età evolutiva.
- Bevande zuccherate negli USA: → Bevande Zuccherate e Diabete di Tipo 2 Pediatrico (USA).
5. Accrescere la richiesta di servizi per la salute
Con un buon focus sulla promozione della prevenzione primaria a livello comunitario, la popolazione si orienta verso la richiesta di servizi per la salute e riduce significativamente quella di servizi di cura. È un approccio culturale che diminuisce la delega della propria salute al SSN e facilita un forte senso di responsabilità del soggetto, legato al Locus of Control.
🔗 Collegamenti
- Interventi Educativi in Sanità Pubblica — 📋 fa parte di
- Locus of Control — 🔗 responsabilità verso la propria salute
- Bevande Zuccherate e Diabete di Tipo 2 Pediatrico (USA) — 📋 esempio di intervento sul sistema
- Life Skills — 🔗 competenze protettive
- Educazione Sanitaria ed Educazione alla Salute — 🔗 modalità di intervento
- Triangolo Bisogno-Offerta-Domanda — 🔗 dalla pre-contemplazione alla contemplazione
- Piedibus — 📋 esempio di comportamento modellato nella comunità