Diagnosi Intraoperatoria

L’esame estemporaneo o intraoperatorio è una diagnosi eseguita durante un intervento chirurgico, per definirne la strategia. Come ogni diagnosi del patologo è una consulenza medica comunicata (su supporto scritto, non a voce). Tecnica antica (introdotta in Europa nella seconda metà dell’800, prassi consolidata dal primo ‘900): alla Mayo Clinic di Rochester il dottor William Mayo fu il primo a usarla sistematicamente (“desidero trovare un modo per dire al chirurgo se una neoplasia è un cancro, quando il paziente è ancora sul tavolo operatorio”).

Sezione congelata (frozen section)

Il modo più rapido per ottenere una sezione istologica è congelare il campione e tagliarlo con un microtomo congelatore (criostato), ottenendo in pochi minuti un preparato. Il campione viene prima osservato macroscopicamente, poi congelato, sezionato, appoggiato sul vetrino e colorato (rapida ematossilina-eosina).

Un esame intraoperatorio dura mediamente 10–15 minuti, in cui il patologo deve dare un giudizio conclusivo (non “sospetto per…”). Oggi non serve più a dire “che cos’è?” — la diagnosi preoperatoria è solitamente già codificata — ma a gestire reperti inaspettati (es. un nodulo peritoneale: “localizzazione metastatica di adenocarcinoma” → l’intervento si interrompe).

A cosa serve

  • Stabilire presenza e natura di una lesione.
  • Determinare lo stato dei margini chirurgici (di escissione): es. nella quadrantectomia mammaria si misura la distanza del nodulo dai margini; nella lobectomia polmonare si verifica il margine di resezione bronchiale.
  • Stabilire l’adeguatezza diagnostica di un campione (anche se la diagnosi precisa potrebbe non essere possibile in estemporanea).

Richiede notevole esperienza diagnostica, approfondita conoscenza della patologia e della clinica, buona capacità di giudizio, capacità decisionale under pressure, naturale attitudine alla prudenza (senza esagerare) e consapevolezza dei limiti della metodica. Ha implicazioni medico-legali: un ritardo o un eccesso di prudenza che imponga un secondo intervento possono diventare oggetto di indagine. È preferibile evitare l’esplicito consiglio di ripetizione dell’esame.

A cosa NON deve servire

  • A soddisfare semplici curiosità.
  • A compensare difetti di riconoscimento di strutture anatomiche.
  • Come scorciatoia diagnostica (per tranquillizzare i parenti).

È procedura costosa, pericolosa e stressful; almeno il 50% degli esami intraoperatori è di fatto inutile. (Nakazawa, 1968: la domanda chiave è “il risultato dell’esame influenzerà in qualche modo la procedura chirurgica? Se no, non è indicato”.)

Esame intraoperatorio citologico

Nella maggioranza dei casi è istologico, ma esistono casi citologici: nel carcinoma gastrico avviato a gastrectomia, il chirurgo lava la cavità addominale con fisiologica e invia il liquido per esame citologico estemporaneo; la presenza di cellule maligne nel lavaggio peritoneale (malattia uscita dallo stomaco) indica una prognosi così sfavorevole da superare i benefici dell’intervento, che viene interrotto.

Concordanza e limiti

In mani esperte la concordanza con l’esame definitivo è del 98–99% (falsi positivi/negativi rari). Le discordanze derivano, in parti uguali, da: misinterpretazione delle sezioni originali; fallimento nell’identificazione morfologica della lesione (prelievo nella sede sbagliata); presenza della lesione solo nelle successive sezioni da preparato incluso.

Limiti: minore dettaglio morfologico e uso della sola morfologia; lesioni troppo piccole, irrimediabilmente danneggiabili (nella mammella non si esamina ciò che è < 5 mm); perdita dell’orientamento della lesione. Meglio una diagnosi generica (“neoplasia maligna di alto grado”) che forzarne una a ogni costo (primum non nocere): le lesioni papillari della mammella si refertano come “lesione papillare”; un nodulo tiroideo va sempre e solo all’esame definitivo (la diagnosi differenziale carcinoma/adenoma follicolare dipende dall’invasione di capsula e vasi).

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