Vaccini Antitumorali
Obiettivo: usare antigeni tumorali per stimolare il sistema immunitario del paziente a riconoscere e distruggere le cellule tumorali.
Meccanismo (vaccini a cellule dendritiche)
- Prelievo di cellule tumorali dal paziente.
- Lisi del campione → rilascio degli antigeni tumorali.
- Aggiunta di monociti del sangue e di GM-CSF + IL-4, per indurne il differenziamento in cellule dendritiche (DC) immature.
- Le DC fagocitano gli antigeni tumorali e li espongono con MHC-II (e in parte MHC-I).
- Le DC “caricate” vengono reinfuse nel paziente, dove attivano i linfociti T nei linfonodi.
In teoria questo genera una forte risposta CD8⁺ citotossica contro il tumore.

Problemi riscontrati
- I vaccini terapeutici hanno dato scarsi risultati clinici: i tumori riescono comunque a sfuggire.
- I vaccini profilattici (es. contro HPV o HBV) funzionano benissimo, perché prevengono i tumori virali prima che si instaurino i meccanismi di evasione immunitaria.
- Se il virus è già presente (es. EBV, HPV in adulti infetti) il vaccino non serve, perché il virus ha già imparato a nascondersi.
Scelta dell’antigene
L’antigene deve essere essenziale per la sopravvivenza del tumore. Se si usa un antigene “non vitale” (es. Melan-A/Melan-A nel melanoma), il tumore può smettere di produrlo → il vaccino diventa inutile. Sono preferibili antigeni legati a oncogeni driver come RAS, che il tumore non può eliminare senza morire.
Limite: non tutti i pazienti hanno lo stesso HLA, quindi non tutti presentano il peptide allo stesso modo (es. il peptide di RAS è presentato solo da HLA-A11, che varia per etnia).
🔗 Collegamenti
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- Vaccini a RNA — 📋 piattaforma vaccinale antitumorale
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- RAS — 🔗 oncogene driver come antigene ideale