Gesti Autolesivi Non Suicidari

Assenza di intenzionalità di morte

Gesti autolesivi che possono portare a morte (per esempio defenestrarsi) compaiono anche in altre patologie:

  • nella fase maniacale del disturbo bipolare, per esempio per un delirio di grandiosità (vedi Deliri Espansivi);
  • nelle psicosi in fase evolutiva;
  • in tutte le situazioni di discontrollo della pulsione, come i disturbi di personalità — anche gravi, ma non psicotici: il soggetto ha una disregolazione emotiva, passa a un momento di depressione cupissima e, a seconda del luogo in cui si trova, può sfruttare l’occasione per mettere in atto il gesto, magari dopo un litigio importante.

Tagli e cicatrici da autolesionismo sull’avambraccio destro. Fonte: Wikimedia Commons (SugaryHull, CC BY-SA 4.0).

In questi casi manca la volontà di morire: non c’è intenzionalità di morte, ma il discontrollo può comunque portare al decesso. Vale per il maniacale come per il paziente borderline, che ha una gravissima perdita di controllo della pulsione e dell’istinto.

Disturbi in cui sono più frequenti

Raggiungono una frequenza importante, osservata di continuo in pronto soccorso, nel disturbo depressivo persistente (vedi Distimia), nel disturbo borderline di personalità e nel disturbo istrionico di personalità. Le modalità sono totalmente diverse da quelle del depresso maggiore (vedi Suicidio nel Depresso Maggiore).

Nel disturbo depressivo persistente

Il distimico ha pensieri di morte, che non coincidono con la volontà di morte: non si sente all’altezza di vivere, si sente colpevole di non avere alcun valore, un eterno incompiuto, totalmente incapace di individuare qualcuno che possa aiutarlo. C’è il pensiero di morte, ma non la volontà, e non c’è progetto.

Le modalità sono l’assunzione di grandi quantità di farmaci (in genere psicofarmaci, per cui si esegue una gastrolusi) e di alcolici o superalcolici. Può accadere che il paziente beva candeggina: se ne beve più di un sorso arriva in urgenza con rischio di emorragie non controllabili, e resta a lungo in chirurgia per diversi interventi prima di passare in psichiatria.

La modalità del gesto: essere ritrovati

Il gesto viene compiuto quando si pensa che qualcuno arriverà in tempo a soccorrere, per esempio quando si sa che un parente sta tornando a casa. Se questo non accade, il paziente chiede aiuto: chiama qualcuno “denunciandosi” — di solito un amico, un parente, lo psichiatra. Se la persona torna e trova il soggetto intento nel tentativo, viene chiamato il 112 e si arriva in pronto soccorso.

Il vissuto nei diversi disturbi

  • Disturbo borderline: tipico è il “cadere nel nulla”, una forte sensazione di vuoto. A posteriori il paziente si rende conto che è stato un momento e porta l’argomento in seduta dallo psichiatra; può esserci sconforto, ma se aiutato accetta l’aiuto.
  • Disturbo istrionico: stessa modalità, sempre con la possibilità di essere ritrovati. Alla domanda sul motivo del gesto (più spesso si tratta di donne) la risposta è lontana dall’affermare la volontà di morire: “perché mio marito deve capire”, “perché mio figlio mi ha abbandonato”. Alla domanda “come vede il suo futuro?” la risposta si riconnette alla motivazione proposta: “spero che mio figlio/mio marito capisca”.

Non c’è mai la risposta “non vedo il futuro” oppure “voglio morire”: la sofferenza è di altro tipo rispetto a quella del depresso maggiore.


(Integrazione da: sbobina 16)

Nel disturbo borderline di personalità

Nel Disturbo Borderline di Personalità il nucleo distruttivo può declinarsi come danno autolesivo, di due tipi:

  • Gesti suicidari: a differenza del gesto della depressione maggiore o del disturbo bipolare, in cui si ricerca la morte, non è un vero gesto anticonservativo (il paziente non vuole morire). È una richiesta di vicinanza affettiva, di fusionalità con l’oggetto della relazione, dovuta al senso di vuoto interno e legata a una crisi relazionale. Ha l’obiettivo di attirare l’attenzione delle persone care e tenerle legate a sé. Comprende abuso di farmaci, alcol, varechina, droghe.
  • Automutilazioni: tagli superficiali a braccia e gambe, nei casi più gravi al viso. Possono avere diversi significati:
    1. avvengono in modo autodistruttivo sempre in un contesto relazionale: il paziente fa del male a sé stesso per non fare del male all’altro;
    2. avendo un’identità labile, il paziente sente un vuoto interiore e, per non “sprofondare nel vuoto”, il self-cutting è un modo per provare la propria esistenza (“se sento dolore, allora esisto”);
    3. a volte rappresentano un modo per prendersi cura di qualcosa, cioè di una parte ferita del proprio corpo (aspetto che emerge solo successivamente, con la psicoterapia).

Probabilità di recidiva

  • Disturbo depressivo persistente: bassa, perché questi pazienti accettano l’aiuto.
  • Disturbo istrionico e disturbo borderline: elevatissima. Il gesto fa parte del funzionamento del soggetto: sono pazienti con continui gesti autolesivi e tentati suicidi, spesso in pronto soccorso. Nemmeno la gastrolusi, procedura invasiva e disturbante, li frena; il gesto diventa quasi una modalità di funzionamento, di cui la prognosi del disturbo deve tenere conto.

Le modalità del gesto autolesivo sono generalmente le stesse nella distimia e nel disturbo borderline — farmaci, alcol e altro — mentre sono completamente diverse le ragioni a esse legate.

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