Suicidio nel Depresso Maggiore

La sofferenza come elemento distintivo

La differenza sostanziale fra il depresso maggiore e, per esempio, il disturbo depressivo dello schizofrenico è la sofferenza (vedi Diagnosi Differenziale tra Schizofrenia e Depressione). Il dolore psichico del soggetto con depressione viene percepito da chi lo ascolta, perché passa nella relazione ed emerge nel contenuto, nelle parole, nell’espressione, nell’eloquio, in tutta la presentazione del paziente. La sofferenza di un depresso è notevolissima.

Le terapie antidepressive in genere funzionano, ma una buona percentuale di soggetti ha un andamento cronico (vedi Trattamento della Depressione Maggiore).

Il suicidio progettato

In un soggetto che ha già avuto episodi di Depressione Maggiore, anche senza sintomatologia psicotica, il solo grado di enorme sofferenza psichica fa sì che a un certo punto l’unica cosa che desidera sia morire. In questo caso il suicidio è progettato: esistono anche casi senza progetto, ma nella pratica clinica la progettazione del suicidio è presente solo nel depresso maggiore.

Il ragionamento del paziente: sto male, ho un dolore incontenibile, non vedo speranza nel futuro né possibilità di uscire dalla disperazione, da una vita solo mortifera che non porta nulla di buono; la realtà è solo “matrigna”. Chi è intrappolato nella triade di Beck vive una sofferenza che non si modificherà mai e che — quando è già presente sintomatologia psicotica — colpirà anche i familiari, che vanno quindi liberati da questo dolore acutissimo e senza risoluzione. In questi casi il soggetto uccide i membri della famiglia e poi sé stesso.

Che cosa significa progettazione

Progettazione vuol dire decidere come morire, con la scelta coerente del mezzo, del luogo e del momento:

  • chi decide di morire per impiccagione (l’esempio della docente: il Sig. Giovanni, 1,80 m per 85 kg) cerca una corda che regga il proprio peso, un luogo nascosto e protetto dalla vista di chi potrebbe interferire, la trave a cui legare la corda, e sceglie un momento in cui è certo che nessuno potrà disturbarlo o interrompere un atto che deve essere definitivo;
  • chi decide di morire con topicida ne sceglie la dose;
  • chi sceglie l’intossicazione da CO₂ procede allo stesso modo;
  • chi decide di defenestrarsi sceglie il palazzo, il piano, il momento in cui nessuno possa ostacolarlo.

Non si usano i mezzi impiegati negli altri gesti autolesivi che non vogliono la morte: farmaci e alcol appartengono ai Gesti Autolesivi Non Suicidari (l’alcol talvolta compare, ma solo di accompagnamento).

Suicidio mancato

Nel suicidio mancato il soggetto voleva assolutamente morire ma sopravvive: ad esempio si defenestra da un piano alto e si ritrova con molteplici fratture e lesioni gravi, che comportano anni di interventi, talora lesioni midollari e disabilità cronica. Sono pazienti molto complessi da gestire.

La probabilità di nuovi tentativi dopo un suicidio mancato è scarsa se non residua disabilità, perché a quel punto il paziente accetta l’aiuto; è molto più difficile da valutare in presenza di disabilità, anche perché in alcuni casi il gesto diventa fisicamente irripetibile.

Differenze di genere

Nei tentati suicidi, le donne tentano più degli uomini; nel genere maschile ci sono però più decessi.


(Integrazione da: sbobina 10)

La falsa guarigione improvvisa

Una paziente ricoverata da un mese in reparto di psichiatria per una depressione grave, allettata per tutto il ricovero, un giorno chiede di farsi i capelli, si prepara con cura e chiede al medico di poter uscire: dice di sentirsi benissimo e lo ringrazia per averla guarita e salvata. Ottenuto il permesso, esce dalla clinica psichiatrica, raggiunge un altro padiglione dell’ospedale, sale sul tetto e si defenestra.

La regola che se ne ricava: mai credere alle guarigioni repentine di una persona che ha avuto una depressione grave o media, perché è proprio il momento in cui il rischio suicidario è quasi certo. È un’indicazione che riguarda i familiari e il medico non psichiatra tanto quanto lo specialista.

Una guarigione repentina non è una remissione: non si passa da uno stato di allettamento, con depressione ancora clinicamente attiva, alla guarigione. La dimissione — o l’uscita accompagnata — richiede una remissione sintomatologica clinica documentata nel tempo (vedi Ricovero e Dimissione in Psichiatria).

Imprevedibilità e responsabilità

Nel caso descritto (di circa vent’anni fa) ci fu un’inchiesta, ma nessuna responsabilità legale. Se non esistono dati certi che il paziente avesse dichiarato l’intenzione, resta il fatto che l’imprevedibilità dei pazienti psichiatrici esiste: un paziente può uscire dallo studio dopo una seduta stando benissimo, incontrare la madre, litigare e farle del male (anche se in quel caso si tratta più di una reazione che di vera imprevedibilità), oppure salire in metropolitana e sentire voci che gli ordinano di agire. È un limite della psichiatria.


(Integrazione da: sbobina 13)

Il tentato suicidio all’esordio

Il tentato suicidio nella depressione maggiore è programmato, quindi non compare all’esordio: dietro serve una storia lunga.

  • Un tentato suicidio all’esordio è possibile solo se la depressione è rimasta sottosoglia per anni e anni; altrimenti è impossibile.
  • Per arrivare a premeditare un suicidio serve una storia di depressione maggiore che dura da anni: una ciclotimia non basta (vedi Ciclotimia e Stati Misti).
  • Premeditare significa pensarci da mesi, non da qualche giorno.
  • Un gesto come stare a terra con dei vetri in mano non corrisponde a un tentativo di suicidio: al massimo ricorda i gesti autolesivi del paziente borderline (vedi Gesti Autolesivi Non Suicidari).

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