Il Colloquio Psichiatrico

Impostazione

Prima di iniziare, chiedere sempre al paziente se desidera la presenza del familiare: è una forma di rispetto e permette di stabilire una relazione terapeutica diretta.

Durante il colloquio:

  • non suggerire le risposte né “mettere parole in bocca” al paziente;
  • mantenere un tono neutro, non direttivo ma empatico: non giudicare e non interpretare troppo presto.

Nei pazienti con possibile psicosi o esordio psicotico l’obiettivo iniziale non è fare diagnosi, ma raccogliere informazioni e creare un legame di fiducia.

La prima visita è osservazionale

La prima visita è osservazionale, non conclusiva. Non si formula una diagnosi di schizofrenia alla prima visita: servono un periodo di osservazione (≥ 6 mesi) e una valutazione longitudinale. In prima visita si parla al massimo di “sospetto di disturbo psicotico” o di “sintomi negativi da approfondire” (vedi Criteri DSM-5 della Schizofrenia).

Si propone quindi un percorso diagnostico graduale: test psicologici, più incontri, follow-up — non una diagnosi definitiva.

Errori da evitare

  1. Diagnosticare troppo presto, senza valutazione longitudinale.
  2. Usare etichette stigmatizzanti (“schizofrenia”, “pazzo”): compromettono il rapporto terapeutico e allontanano il paziente dai servizi di salute mentale.
  3. Anticipare diagnosi differenziali non supportate dai dati (per esempio depressione vs disturbo schizoaffettivo) finché non si hanno sintomi psicotici o affettivi chiari.
  4. Non esplorare la fase premorbosa e l’anamnesi familiare psichiatrica (vedi Anamnesi Psichiatrica).
  5. Non riconoscere i limiti della propria competenza clinica: non si diagnostica senza follow-up.

Che cosa esplorare

  • Il contesto familiare (separazioni, fratelli, relazioni affettive) e il funzionamento prima dell’esordio dei sintomi — scuola, relazioni, interessi, rendimento, famiglia (vedi Fase Premorbosa della Schizofrenia).
  • I vissuti personali, indagati gradualmente (“cosa pensi di te?”, “come vedi il tuo futuro?”), per valutare il contenuto del pensiero (vedi Disturbi del Contenuto del Pensiero).
  • La consapevolezza di malattia (insight) e la percezione del familiare (“di cosa si preoccupa la mamma?”), che misura anche la reciprocità emotiva.
  • Il tono dell’umore: l’assenza di tristezza non equivale a depressione.
  • La presenza o assenza di sintomi psicotici positivi (allucinazioni, deliri, idee di riferimento).
  • L’eloquio: un linguaggio disorganizzato o poco coerente è già un segno di alterazione del pensiero formale (vedi Disturbi della Forma del Pensiero).

Il coinvolgimento dei familiari

Il medico normalizza la situazione e mantiene alleanza e fiducia: ringrazia il familiare per essersi attivato, ne valida l’impegno, rassicura (“ha fatto benissimo signora”, “cerchiamo di capire insieme”).

I familiari non sono però tutti uguali come risorsa:

  • un familiare empatico e collaborativo (nel role play, il fratello) è una risorsa terapeutica e spesso l’interlocutore più efficace per il percorso di cura;
  • un familiare rigido e negante (“mio figlio non è malato di mente”) è un elemento di resistenza: va accolto con atteggiamento empatico e rassicurante, sottolineando la trattabilità del disturbo.

L’alleanza terapeutica deve comunque includere entrambi.


(Integrazione da: sbobina 13)

Oltre la clinica: la storia della persona

Nel role play della sbobina 13 il colloquio si svolge in due tempi, prima con paziente e madre, poi con la sola paziente. Dal punto di vista clinico il colloquio era perfetto (sintomi, gravità clinica, ipotesi diagnostica, terapia), ma in una visita psichiatrica questo non basta: bisogna capire di più, ad esempio quando nascono le voci e che cosa dicono.

  • L’evento precipitante non sono le voci, ma un evento che accade molto prima e che spesso riguarda la sfera affettiva (es. la separazione dei genitori vissuta con senso di colpa; o qualcosa di più profondo: “mi lascia il fidanzato” + “non valgo nulla perché ho fatto separare i miei genitori”).
  • La storia va ricostruita partendo dal passato: c’è una fase prodromica, nel tempo si accumulano eventi e alla fine si arriva alla rottura.
  • La sofferenza del depresso è immensa e chi conduce il colloquio la deve sentire: se non passa nella relazione, il quadro non è credibile (vedi Suicidio nel Depresso Maggiore).

⚠️ Indicazioni del docente

  • Raccogliere dati senza etichettare, privilegiando la relazione e l’ascolto.

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