Fase Premorbosa della Schizofrenia

Definizione

Prima fase del decorso della Schizofrenia: va dalla normalità all’inizio della malattia, con un progressivo deterioramento. Può (e deve) essere indagata nell’anamnesi psichiatrica.

Caratteristiche

Fin da un momento precoce dell’esistenza (6 mesi, 1 anno, 4, 8 anni…) si nota un’alterazione del comportamento o del pensiero. Il processo si aggrava progressivamente ed esordisce con le prime manifestazioni cliniche nell’adolescenza. Coinvolge gran parte della vita psichica: emotività, affettività, sentimenti, comportamenti, pensiero, fino a un progressivo disinteresse verso l’ambiente esterno.

Nella storia di un paziente con disturbo schizofrenico non trattato si trovano sempre alterazioni, soprattutto del comportamento: a tratti aggressivo, a tratti chiuso in sé stesso; a periodi efficiente a scuola, a periodi no; relazioni che si avvicinano e si allontanano. Avvicinandosi alla preadolescenza questo instabile andamento esita in un ritiro dalla relazione con l’altro e con il mondo.

Il paziente presenta un disequilibrio nel comportamento, nel pensiero e nel modo di stare con l’altro, di cui non si rende conto: per lui quel comportamento è normale.


(Integrazione da: sbobina 06)

Dal punto di vista eziopatogenetico la fase premorbosa corrisponde alla vulnerabilità biologica sottosoglia. Il paziente critica i propri tratti, li vive come parte della personalità e trova strategie per adattarsi, finché gli eventi stressanti non superano la soglia → Eziopatogenesi della Schizofrenia. In questa fase è fondamentale la Mentalizzazione.

Differenza con l’adolescenza normale

Nel passaggio da preadolescente ad adolescente il funzionamento neuronale non è ancora assestato: la pulsione arriva prima della cognizione (“i ragazzi agiscono prima di riuscire a pensare”), da cui il discontrollo tipico dell’adolescenza. Nei soggetti che svilupperanno la schizofrenia, invece, si perde la continuità di pensiero, di comportamento e di funzionamento relazionale: l’instabilità interessa tutte le aree importanti del soggetto ed esita nell’allontanamento dalla relazione con l’altro e con il mondo.

Segni in età precoce (8–12 anni)

Il comportamento non è stabile ma “elastico”. Segni indicativi del cambiamento in atto:

  1. Comportamenti e pensieri discordanti che si alternano.
  2. Calo dell’efficienza scolastica.
  3. Scomparsa della progettualità: si impone l’afinalismo (nessuna logica guida più le scelte), fino all’azzeramento dell’interesse verso il mondo esterno.
  4. Relazioni a strappi o temporalmente discontinue, con distacco e chiusura.
  5. Sentimenti di diversità e insicurezza nei contatti sociali.

I pazienti descrivono così questa fase: “mi sentivo escluso, stavo meglio fuori di casa, lontano dalla nonna, dagli amici…“. Possono mostrare interesse per letture estremamente difficili, esoteriche, che li estraniano dal mondo reale; ci sono domande a cui non sanno dare risposta. Vita relazionale, affettiva, sociale, familiare e scolastica/lavorativa si impoveriscono sempre di più, fino all’azzeramento dell’interesse verso il mondo esterno.

Riconoscimento

I genitori in genere si rivolgono prima al medico di medicina generale, che deve essere formato per distinguere una crisi adolescenziale da una fase premorbosa. Quest’ultima va indagata da uno psichiatra: infanzia, relazioni, funzionamento scolastico, interessi, affetti, sesso, assunzione di sostanze, relazione con gli altri e con i genitori.

Esempio tipico: una madre riferisce che il figlio sta a letto tutto il giorno a guardare il soffitto, il rendimento scolastico è calato, prima usciva con gli amici e ora non gli interessa più niente, fa cose strane, è entrato in una setta, ha comprato moltissimi libri lasciati sul comodino dopo le prime pagine, è interessato a temi poco convenzionali (esoterici, magici). Sono tutti sintomi negativi (avolizione, alogia, abulia, anedonia) da riconoscere (vedi Criteri DSM-5 della Schizofrenia).

Il ritiro sociale va distinto da quello depressivo: vedi Diagnosi Differenziale tra Schizofrenia e Depressione.

Intervento in fase premorbosa

Se si interviene in fase premorbosa si può bloccare la progressione? Dipende dalla componente genetica.

  • Se la genetica pesa più dell’evento precipitante, il paziente sarà più difficile da trattare.
  • Se la componente genetica non è preponderante, intervenire in fase premorbosa permette di evitare l’esordio o di renderlo meno acuto.

I fattori protettivi (attenzione da parte delle persone vicine al paziente) rallentano la progressione della malattia: il soggetto può andare incontro a ricadute, ma anche avere un decorso di vita normale (vedi Famiglie ad Alta Emotività Espressa).

⚠️ Indicazioni del docente

  • In anamnesi è molto importante chiedere i comportamenti del soggetto durante lo sviluppo.

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