Diagnosi Differenziale del Disturbo Ossessivo-Compulsivo

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo non entra in diagnosi differenziale con il Disturbo Ossessivo-Compulsivo di Personalità, che è un disturbo nettamente diverso. Le DD importanti sono con il delirio e con la pseudoallucinazione.

DOC vs delirio

  • L’ideazione ossessiva non insight perde la critica di realtà, come il Delirio: per questo entra in DD con il Disturbo Delirante.
  • Il delirio è necessariamente autoriferito; l’ideazione ossessiva può non esserlo.
  • Il delirio non è ripetitivo; l’ideazione ossessiva sì.

Nella Schizofrenia si sono descritte due forme di ideazione: una preliminare all’ideazione ossessiva e una preliminare al delirio (l’ideazione prevalente, con grosso contenuto affettivo e autoriferita), che può essere confusa con un pensiero normale (vedi Disturbi del Contenuto del Pensiero). Anche il pensiero può non far parte della psicopatologia: esiste una soglia clinica.

DOC vs pseudoallucinazione

La pseudoallucinazione è una voce che il paziente sente nella mente in modo ripetitivo; si differenzia dall’allucinazione perché è collocata all’interno del soggetto, mentre l’allucinazione è sempre un fenomeno extracorporeo.

  • La differenza non è l’assenza di compulsioni: esiste un’ideazione ossessiva pura, senza compulsioni (es. pensare ripetutamente di dover uccidere un familiare). Quando ci sono pensieri ossessivi “puliti” senza compulsioni è facile sbagliare la DD.
  • La differenza è psicopatologica: la pseudoallucinazione è un disturbo della percezione (una dispercezione), il DOC è un disturbo del pensiero. Riguardano domini completamente diversi.
  • Voce vs pensiero: la voce è esterna al paziente (rappresenta la voce dell’altro che si riferisce a noi, esterna nell’allucinazione o interna nella pseudoallucinazione); il pensiero è del paziente, può essere associato a una certa condizione emotiva ed è ricorsivo e reiterato.
  • Né l’ideazione ossessiva né la pseudoallucinazione necessitano di un evento stressante precipitante.

Bisogna quindi valutare se quella che il paziente chiama voce è davvero una voce, se ha caratteristiche migranti, quando nasce e se si trova una situazione precipitante. Distinguere un pensiero da una voce “interna” non è facile, soprattutto senza esperienza (vedi Mentalizzazione).

Esempio 1: una paziente riferisce voci nella testa che denigrano lei e ciò che fa. Con il lavoro terapeutico arriva a dire che non sono voci ma pensieri suoi, che compaiono in certi momenti e situazioni che non riesce ad associare a nulla. Gradualmente le voci vengono ridefinite come pensieri e poi come ciò che lei pensa della sua situazione lavorativa, in cui si sente esattamente come la voce dice.

Esempio 2: una voce di genere neutro dice alla paziente “Giovanna, sei una persona indegna perché hai rovinato la tua famiglia”. All’inizio le voci erano più d’una, poi una sola di genere neutro; con olanzapina e molto lavoro la voce diventa un pensiero. In seguito il pensiero le dice che è prigioniera nel suo stesso mondo, e la porta alla depressione (sta invecchiando, la sua vita non ha futuro). Alla fine la paziente riconosce che il pensiero è correlato a una situazione di impotenza, frustrazione e gravissimo disagio lavorativo. Non è più una pseudoallucinazione, né un pensiero interno senza origine chiara: si associa a una situazione che lo ha fatto nascere e si mantiene in modo continuativo.

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